Sulla Beat Generation (1957) di Jack kerouac

 

 

 

Sulla Beat Generation (1957) di Jack kerouac

 
La Beat Generation è una visione che abbiamo avuto, John Clellon Holmes e io e Allen Ginsberg in un modo ancora più incredibile, alla fine degli anni Quaranta, la visione di una generazione di splendidi hipsters illuminati che di colpo si levavano e si mettevano in viaggio attraverso l’America, seri, curiosi vagabondando e arrivando dappertutto in autostop, cenciosi, beati, belli nella loro nuova bruttezza piena di grazia – una visione che traeva spunto dal modo in cui avevamo sentito usare la parola “beat” agli angoli di Times Square o al Village, in altre città nelle notti trascorse a downtown nell’America del dopoguerra – beati, nel senso di battuti ma pieni di ferme convinzioni – Avevamo anche sentito vecchi Papà Hipsters delle strade del 1910 usare la parola in quel modo, con malinconico scherno – Non designò mai i giovani delinquenti, designava gli individui dotati di una spiritualità diversa che non formarono mai una banda ma rimasero come Bartleby solitari a guardare fuori dalla finestra cieca della nostra civiltà – gli eroi sotterranei che avevano finalmente voltato le spalle all’occidentale macchina “della libertà” e si drogavano, ascoltavano il bop, avevano lampi di genio, sperimentavano il “turbamento dei sensi”, parlavano strano, erano poveri e felici, profetizzavano un nuovo stile per la cultura americana, un nuovo stile (pensavamo) completamente libero da influenze europee (diversamente dalla Lost Generation), una nuova formula magica – più o meno la stessa cosa stava succedendo nella Francia postbellica di Sartre e Genet [sic!] e per di più ne eravamo al corrente – Ma per quanto riguarda l’effettiva esistenza di una Beat Generation, molto probabilmente era solo un’idea che avevamo in testa – Stavamo su ventiquattr’ore a bere una tazza di caffè nero dopo l’altra, ad ascoltare dischi su dischi di Wardell Gray, Lester Young, Dexter Gordon, Willie Jackson, Lennie Tristano e tutti gli altri, parlando come matti del sacro sentimento nuovo che c’era nelle strade - Scrivevamo storie su non so quale strano e beato santo negro hip col pizzetto che attraversava l’Iowa in autostop con la tromba fasciata, portando il misterioso messaggio del soffiare su altre coste, in altre città, come un vero e proprio Gualtiero Senzaavere alla testa di una invisibile Prima Crociata – Avevamo i nostri eroi mistici e scrivemmo, anzi cantammo romanzi che parlavano di loro, costruimmo lunghi poemi che celebravano i nuovi “angeli” dell’underground americano – In realtà era solo un gruppetto di ragazzi hip veri patiti dello swing, quello che c’era svanì in un baleno durante la guerra di Corea quando (e dopo che) in America apparve un nuovo e sinistro spirito di efficienza, forse era il risultato della universalizzazione della televisione e nient’altro (il Gentile Controllo Poliziesco Totale degli agenti “di pace” di Dragnet) ma dopo il 1950 i beat sparirono in prigione o al manicomio, o furono indotti dalla vergogna a un silenzioso conformismo, la generazione stessa fu poco numerosa ed ebbe vita breve.
Ma non avrebbe senso scrivere questo articolo se non fosse altrettanto vero che per qualche miracolosa metamorfosi, di colpo, la gioventù del dopoguerra di Corea emerse cool e beat, riprendendo quei gesti e quello stile, e presto fu ovunque, il nuovo look, il look trasandato e “sconvolto”, alla fine cominciò ad apparire anche nei film (James Dean) e in televisione, gli arrangiamenti bop che erano un tempo la segreta musica da estasi dei beat cominciarono ad apparire in ogni golfo mistico e in ogni spartito per orchestre tradizionali (cfr. i lavori di Neil Hefti e non il libro di Basie), le visioni bop diventarono patrimonio comune del mondo della cultura di massa, l’uso di espressioni come “pazzesco”, “regolare”, “scazzo”, “farcela”, “tipo”, (“tipo che una volta o l’altra ce la faccio”), “andato”, diventarono familiare e di uso comune, l’assunzione di droghe divenne ufficiale (tranquillanti e tutto il resto), e anche il modo di vestirsi degli hipsters beat venne trasmesso alla nuova gioventù del rock’n’roll tramite Montgomery Clift (giacche di pelle), Marlon Brando (T-shirt), e Elvis Presley (basettoni), e la Beat Generation, anche se morta, all’improvviso era risorta e legittimata.
Successe veramente così, e la cosa triste è che adesso che mi chiedono di spiegare la Beat Generation, la vera Beat Generation, quella originaria, non c’è più.
Tuttavia oggi, da Montreal a Città del Messico, da Londra a Casablanca, ci sono ragazzi in blue-jeans che ascoltano i dischi di rock’n’roll dei jukebox. Quanto all’analisi di che cosa significhi… chi lo sa? Anche in questa fase tarda di civilizzazione dove il denaro è l’unica cosa che conti davvero, per tutti, forse è questa la seconda religiosità che Oswald Spengler profetizzò per l’occidente (ultima dimora di Faust in America), perché ci sono elementi di velato significato religioso nel fatto, per esempio, che un ragazzo come Stan Getz, il più grande genio del jazz della sua “beat” generation, messo in galera per tentata rapina in un drugstore, abbia avuto all’improvviso delle visioni di Dio e si sia pentito (c’è qualcosa di garbato, alla Villon, in questa storia) – O prendete il caso della canonizzazione postuma di James Dean da parte di milioni di ragazzi. Abbiamo sentito circolare strani discorsi fra i primi hipsters, di “fine del mondo” alla “seconda venuta”, di “visioni stonate” e anche castighi divini, tutti credenti, tutti ferventi e ispirati e liberi dal Materialismo borghese-Bohémien, come P[hilip] L[amantia] messo fuori combattimento dall’Angelo e la sua visione dei libri del Padri della Chiesa e del Cristo che si apriva un varco nel Tempo, le visioni di G[regory] C[orso] del diavolo e dei Messaggeri celesti, le visioni di A[llen] G[insberg] ad Harlem e altrove, del Divino Amore in lacrime, W[illiam] S. B[urroughs] che apprende di essere l’Unico Profeta, le visioni buddhiste di G[ary] S[nyder] del voto di salvezza, le visioni sotto peyote che tutti i miti sarebbero veri, le visioni di P[hilip] W[halen] di fronte a bagliori malefici, e del tetto che vola via dalla casa, le numerose visioni del paradiso di J[ack] K[erouac], la “Dorata Eternità”, luci brillanti nel bosco di notte, le agghiaccianti visioni di Armaghedon di H[erbert] H[uncke] (l’eperienza a Sing Sing), le visioni di N[eal] C[assady] della reincarnazione secondo la volontà di Dio […], la visione di A[lene] L.1 in cui ogni cosa era pervasa da una misteriosa elettricità, e la visione avuta da un ragazzo senza nome di Times Square della Seconda Venuta trasmessa alla tv (tutto vero, tutto accaduto nel bel mezzo della vita contemporanea quotidiana nelle teste dei tipici membri della mia generazione che conosco), riapparizioni dell’antico senso di Primavera Gotica dell’umanità occidentale prima che arrivasse al suo Fondamento Razionale della “Civiltà” e scoprisse la relatività, costruisse i jet e le superbombe e le benevole strutture supercolossali burocratiche totalitarie del Grande Fratello – così, come dice Spengler, quando arriva il tramonto della nostra cultura (ossia ora, secondo le sue proiezioni morfologiche) e la polvere della lotta per la civiltà si posa, ecco, il limpido rosseggiare della sera torna a rivelare le originarie preoccupazioni, torna a rivelare una beata indifferenza per ciò che è di Cesare, per esempio, una stanchezza, e un desiderio, un rimpianto per il valore trascendentale, o “Dio”, o ancora, il “Paradiso”, il rimpianto spirituale per l’Amore Infinito che le nostre teorie sulla gravitazione elettromagnetica e la nostra conquista dello spazio dimostreranno, e al posto delle sole tecniche di efficienza, tutto ciò che resterà come nel caso di una popolazione sopravvissuta a un violento terremoto, saranno le Cose Ultime… di nuovo (poiché il fatto che tutti muoiano rende piacevole il mondo).
Sappiamo tutti del Revival Religioso, Billy Graham e tutto il resto, al di sotto del quale la Beat Generation, e perfino gli esistenzialisti con tutte le sovrastrutture intellettuali e le loro pretese di indifferenza, esprimono una religiosità ancora più profonda, il desiderio di andarsene, fuori da questo mondo (che non è il nostro regno), “in alto”, in estasi, salvi, come se le visioni dei santi claustrali di Chartres e Clairvaux tornassero a spuntare come l’erba sui marciapiedi della Civiltà stanca e indolenzita dopo le sue ultime gesta.
O forse la Beat Generation, che è il prodotto della Lost Generation, è solo un altro passo verso l’ultima, pallida generazione anch’essa senza risposte.
In ogni caso, tutto sta ad indicare che i suoi effetti hanno messo radici nella cultura americana.
Forse.
E se non è così, che differenza fa?

Jack Kerouac

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