L’espressione
Beat Generation nacque durante una conversazione fra Jack Kerouac e John
Clellon Holmes nel 1948. Stavano discutendo la natura delle generazioni e
ricordavano il fascino della Lost Generation, e Kerouac disse: <<Ah, questa
qui non è che una Beat Generation>>. Si chiesero se la si potesse dire una
<<generazione trovata>> (come a volte la chiamava Kerouac), una
"generazione angelica", o attribuirle qualche altro epiteto. Ma Kerouac si
sbarazzò d’un tratto della questione dicendo Beat Generation – non
intendendo con ciò darle un nome, ma lasciarla innominata.
Il famoso articolo di John Clellon Holmes uscito sul "New York Times
Magazine" verso la fine del 1952 recava come titolo This is the Beat
Generation. Titolo che si impose all’attenzione del pubblico. Poi Kerouac
pubblicò anonimo un frammento di On the road (Per strada) intitolandolo Jazz
della Beat Generation, e questo rafforzò l’espressione curiosamente poetica.
Così è la storia originaria del termine.
Herbert Huncke, autore di The Evening Sun Turned Crimson (Sole della sera
fatto cremisi) e amico di Kerouac, Burroughs e altri di quella cerchia
letteraria degli anni ’40, introdusse tutti loro a quello che allora era
noto come "linguaggio hip". In quel contesto, la parola beat è un termine
carnevalesco, "sotterraneo" (sottoculturale) – un termine molto usato allora
in Times Square: Man, I’m beat, voleva dire senza soldi, senza un posto dove
stare. Poteva anche riferirsi a coloro "che camminavano tutta la notte con
scarpe piene di sangue sulle rive nevose dei docks aspettando che una porta
nell’East River si apra su una stanza piena di vapore di caldo e di oppio>>
(Urlo). Oppure si usava la parola in conversazioni come <<Ti andrebbe di
andare al Bronx Zoo?" "Nah, man, I’m too “beat”, I was up all night".
(No, bello, sono a pezzi, sono stato su tutta la notte). L’uso originario
nel linguaggio di strada significava quindi esausto, che ha toccato il fondo
del mondo, e da lì guarda fuori o in alto, insonne, con gli occhi ben
aperti, percettivo, respinto dalla società, che non ha nessuno su cui
contare, conoscitore della vita di strada. O, altro significato un tempo
implicito, beat voleva dire finito, compiuto, nella notte buia dell’anima o
nella nebbia del non sapere. Poteva voler dire aperto, nel senso whitmaniano
di <<apertura>>, equivalente a umiltà. In molti ambienti, beat era quindi
interpretato col senso di svuotato, esausto, e al tempo stesso aperto e
ricettivo alla visione.
Un terzo significato di beat, come in beatifico, fu formulato in pubblico da
Kerouac nel 1959, per contrastare l’abuso del termine nei media dove veniva
interpretato come <<battuto, finito>>, un <<perdente>>, senza includere
l’aspetto di umile intelligenza, o di beat come nelle frasi the beat of
drums (il ritmo dei tamburi) e the beat goes on (il ritmo tiene) – tutti in
qualche misura errori di interpretazione o di etimologia. Kerouac (in varie
interviste e conferenze) cercò di indicare il senso corretto della parola
sottolineandone il nesso con parole come <<beatitudine>> e <<beatifico>> -
la necessaria beatness o oscurità che precede l’aprirsi alla luce, al
superamento dell’io, al dare spazio all’illuminazione religiosa.
Un quarto significato che si è accumulato attorno alla parola si ritrova
nell’espressione <<il movimento letterario della Beat Generation>>. Essa si
riferiva a un gruppo di amici che avevano lavorato assieme a poesia, prosa e
coscienza culturale a partire dalla metà degli anni ’40, sinché il termine,
alla fine degli anni ’50, raggiunse una popolarità nazionale. Il gruppo era
costituito da Kerouac, Neal Cassady (prototipo dell’eroe di Per strada di
Kerouac), William Burroughs, Herbert Huncke, John Clellon Holmes (autore di
Go, The Horn e altri libri), e da me. Nel 1948 incontrammo Carl Solomon e
Philip Lamantia, nel 1950 ci raggiunse Gregory Corso; al 1954 risale il
primo incontro con Lawrence Ferlinghetti e Peter Orlovsky.
Con la metà degli anni ’50, a questo piccolo gruppo iniziale – per naturale
affinità di modi di pensiero, di stile letterario, o di prospettiva
planetaria – si aggiunsero, arricchendolo in amicizia e attività letteraria,
alcuni scrittori di San Francisco, Michael McClure, Gary Snyder, Philip
Whalen, e nel 1958, alcuni altri poeti meno noti ma di valore come Bob
Kaufman, Jack Micheline e Ray Bremser, e il poeta nero LeRoi Jones, assai
più noto. Tutti noi, prima o poi, accettammo il termine <<beat>>, con ironia
o seriamente, sembrandoci congeniale, e nel 1959 fummo inclusi dalla rivista
<<Life>> in un servizio speciale di Paul O’Neil su costumi, morale e
letteratura beat, e sul <<New York Post>> in una serie in dodici puntate
intitolata The Beat Generation del giornalista Alfred Aronowitz.
Alla metà degli anni ’50 si venne a creare un sentimento di fiducia e
interesse reciproci con Frank O’Hara e Kenneth Koch, e anche con Robert
Creely e altri ex allievi del Black Mountain College nel North Carolina.
Nella nostra cerchia letteraria, Kerouac, Whalen, Snyder, i poeti Lew Welch,
Diane Di Prima, Joanne Kyger e Orlovsky, oltre a me e ad altri, si
interessavano di meditazione e buddhismo. (Una discussione del rapporto tra
buddhismo e Beat generation si può trovare in una rassegna storica
dell’evoluzione del buddhismo in America, How the Swans Came to the Lake, di
Rick Fields.)
Il quinto significato dell’espressione Beat generation si riferisce alla più
ampia influenza che ebbe l’attività letteraria e artistica di poeti,
cineasti, pittori, scrittori e romanzieri che lavoravano a concerti,
antologie, nell’editoria, nel cinema indipendente e in altri media. Questi
gruppi diedero nuova freschezza alla già antica tradizione culturale <<bohemian>>2
in America. Tra le principali figure interattive c’erano: nel cinema e nella
fotografia, Robert Frank e Alfred Leslie; nella musica, David Amram; nella
pittura, Larry Rivers; nella poesia e nell’editoria, Cid Corman, Jonathan
Williams, Don Allen, Barney Rosset, Lawrence Ferlinghetti. Quest’energia
ricadde sul movimento giovanile dell’epoca, che stava crescendo, e venne
assorbita dalla cultura di massa e della classe media alla fine degli anni
’50 e agli inizi degli anni ’60.
Alcuni ideali essenziali del movimento artistico originario si possono
ritrovare chiaramente negli scritti di questi poeti, e, decennio dopo
decennio, l’interesse intergenerazionale ha continuato a concentrarsi su un
certo numero di temi coerenti che potrebbero essere riassunti come segue: un
interesse per l’indagine della natura della coscienza, che ha condotto alla
conoscenza del pensiero orientale, alla pratica della meditazione, all’arte
come manifestazione dell’esplorazione della struttura della coscienza, e,
come conseguenza, alla liberazione spirituale. Da ciò ci si è mossi per
arrivare alla liberazione sessuale, in particolare alla liberazione gay, che
storicamente ha svolto un ruolo di catalizzatore per i movimenti di
liberazione delle donne e dei neri. Dall’esplorazione della struttura della
coscienza si è sviluppata una concezione tollerante non teistica, quindi un
antifascismo cosmico, un atteggiamento pacifico non violento in politica, il
multiculturalismo, l’assorbimento della cultura nera nella letteratura e
nella musica delle tendenze più avanzate, come, per far degli esempi, la
spontanea <<prosodia bop>>3 di Kerouac, o le bizzarre identità del gruppo di
poeti che saranno poi chiamati Beat generation: Burroughs, bianco
protestante; Kerouac, indiano americano e bretone; Corso, italiano
cattolico; io, ebreo radicale; Orlovsky, bielorusso; Gary Snyder,
scoto-tedesco; Lawrence Ferlinghetti, italiano, continentale, educato alla
Sorbona; Philp Lamantia, italiano surrealista autentico; Michael McClure,
americano Midwest e scozzese; Bob Kaufman, afro-americano surrealista; LeRoi
Jones, Nero Potente, tra gli altri. L’arte è concepita come pratica sacra,
con un atteggiamento sacramentale verso ciascuno di noi in quanto
personaggi. Il tono di schiettezza emerge con buon umore e con una
disinvolta franchezza spontanea, l’immediatezza non premeditata nella vita e
nell’arte, la fine della segretezza e della paranoia che sottende tutta la
politica sessuale maschilista e la chiacchiera demagogica su su fino a
CIA-KGB e alle macchinazioni nucleari. Si è poi andata accrescendo la
consapevolezza che siamo in grado di distruggere la residenza umana sul
pianeta se non fidiamo nella nostra miglior natura e non la esercitiamo, e
con ciò giunge a termine il mito ottocentesco marxista-capitalista del
progresso con le rivalità espansioniste imperialiste che implica.
Il nostro interesse per le sostanze psichedeliche come strumenti educativi,
in particolare marijuana, funghi e LSD, ha condotto a un atteggiamento più
realistico verso la legislazione sulla droga, portando a riconoscere che il
tabacco e l’alcol sono più distruttivi per l’organismo di tutte le altre
droghe eccetto la cocaina. Il problema dell’ero dovrebbe quindi essere
decriminalizzato e medicalizzato, e la canapa, per ora un problema, dovrebbe
essere trasformata in una risorsa economica per l’agricoltura a base
familiare, contribuendo così alla ripopolazione della campagna, e alla
produzione di beni derivati da colture rinnovabili (tessuti, corde e altro)
come alternativa alla coscienza plastificata.
E infine, la rivalutazione dell’Eros, l’atteggiamento sacramentale verso la
gioia sessuale. Questi sono i temi principali che hanno intessuto tutta
l’arte e la poesia e la prosa degli scrittori che ho menzionato, sin dagli
inizi negli anni ’40, e che attraverso le letture pubbliche di poesia alla
metà degli anni ’50 sono emersi alla superficie raggiungendo la coscienza
comune. Molti di questi valori sono entrati nel pensiero diffuso accettato –
per esempio, ecologia, fumar erba, liberazione gay, multiculturalismo – ma
non hanno trovato alcuna applicazione nel comportamento del governo, per cui
ora abbiamo più persone in prigione o sotto sorveglianza governativa di
qualsiasi paese d’occidente o d’oriente.
Questa visione del mondo tollerante, da Beat generation o da <<anni ‘60>>,
ha provocato in una destra intossicata una reazione di <<negazione>> (come
si dice nel linguaggio di Alcolisti Anonimi) della realtà e ne ha rafforzato
la codipendenza da leggi repressive, stato di polizia incipiente, uso della
pena di morte a fini demagogici, demagogia sessuale, censura dell’arte, ira
di televangelisti monoteisti fondamentalisti circa-fascisti, razzismo e
omofobia. Questa controreazione sembra una conseguenza dell’aggravarsi del
divario tra classi ricche e classi povere, della crescita di una vasta
sottoclasse umiliata, dell’aumento di potere e lusso per i ricchi che
controllano la politica e per i loro maggiordomi nei media. Prescrizione:
più arte, meditazione, stili di vita di relativa penuria, evitare il consumo
vistoso che sta portando a estinzione il pianeta.
Credo che le generazioni più giovani siano state attratte dall’esuberanza,
dall’ottimismo libertario, dallo humor erotico, dalla franchezza, energia
continua, invenzione e amicizia collaborativa di quei poeti e cantanti da
Burroughs a Bob Dylan sino ai giovani Beck e Geoffrey Manaugh. Avevamo un
gran lavoro da fare, e lo facciamo, cercando di salvare e guarire lo spirito
dell’America.
Allen Ginsberg
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